Quello che ci proponiamo è di creare le condizioni per un'antropologia simmetrica, di rendere possibile l'idea di un sapere situato e condiviso. Così facendo, riusciremo a evitare quel relativismo che rigetta ogni generalizzazione, a sbarazzarci di un concetto restrittivo di "alterità" e a passare dall'enunciazione antropologica classica (Essi sono ...) a un discorso che include gli "altri" e "noi" nella stessa affermazione (ricostruendo tutti gli alter in un inter-spazio). Procedendo in questo modo, faremo entrare nel programma dell'antropologia multisituata le variazioni di scala, quella dell'osservazione dei mondi e delle esperienze degli uni e degli altri e quella dell'uso dei concetti e delle nozioni per situarli e analizzarli. Ancora una volta, andare al di là del frammento e della cartografia, prendere la strada della complessità e della relazione. Non si tratta più solo di descrivere (e ovviamente analizzare) i mondi situati, ma anche di tradurli sulla base delle tensioni relazionali che li caratterizzano, a partire dai movimenti di struttura - nonché di (ri)strutturazione - e di soggettività - nonché di (ri)soggettivazione - che li attraversano. In questo modo, un'antropologia multisituata potrebbe mantenere tutte le sue promesse.
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